Economia e politica
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Se l’arresto di Mario Chiesa nel 1992 ha determinato l’inizio di quella che i politologi hanno definito “seconda fase di transizione della Repubblica Italiana”, le elezioni del 4 marzo 2018 sono destinate a rimanere negli annali istituzionali del nostro Paese; rappresentando, senza ombra di dubbio, la rottura con il precedente sistema partitico e l’avvento di un nuovo corso politico.

In attesa dei risultati definitivi, da quanto si apprende dai dati pubblicati finora sul sito del Viminale, con un’affluenza che ha sorprendentemente superato il 72% sia per la Camera che per il Senato, la coalizione di centrodestra ha oltrepassato il 37% dei consensi, seguita dal Movimento 5 Stelle che, con il 32% dei voti, è riuscito comunque ad affermarsi come primo partito d’Italia.

Tuttavia, al netto dell’enfasi giornalistica o degli entusiasmi emotivi legati alla vittoria o alla sconfitta della fazione politica sostenuta, è interessante notare come l’immagine dell’Italia fuoriuscita dalle urne sia pervasa da due inquietudini: da un lato, quella economica, che ha portato il Movimento di Grillo e Casaleggio ad ottenere la maggiore percentuale di voti nelle Province con un più alto tasso di disoccupazione; dall’altro, quella culturale, che ha permesso l’exploit della Lega negli enti territoriali intermedi con un livello più elevato di stranieri.

Più nello specifico, come evidenziato dal Centro Italiano di Studi Elettorali, la novità più rilevante sembra essere proprio la rivoluzione che ha travolto la tradizionale geografia dei seggi del nostro Paese. Ad esser più precisi, infatti, non sorprende tanto il 40% che il Movimento guidato da Luigi Di Maio ha raggiunto nelle regioni meridionali, conquistando addirittura la maggioranza assoluta dei consensi in Campania, ma la battuta d’arresto del Partito Democratico, diventato il terzo polo in tutti i collegi nazionali.

Ad iniziare dalla Basilicata, sua tradizionale area di insediamento, il partito di Paolo Gentiloni e Matteo Renzi, che solo nei giorni scorsi ha ricevuto gli endorsement di Veltroni, Prodi, Letta e persino Napolitano, ha registrato una vera e propria débâcle anche nelle consuetudinarie roccaforti rosse, quali l’Emilia Romagna, la Toscana, l’Umbria o le Marche.

D’altra parte, è proprio in questi territori che la Lega di Matteo Salvini ha ottenuto più consensi persino della fazione coalizionale guidata dall’ex cavaliere Berlusconi, raggiungendo il triplo dei voti in Veneto (30% a 10%) e il doppio in Lombardia (28% a 14%).

Alla luce della voglia di cambiamento nettamente manifestata dagli italiani nella giornata di ieri, stanchi delle vecchie forze partitiche ormai incapaci di rispondere alle esigenze del paese reale e rappresentati dai soliti vecchi volti, in grado di fare solo false promesse e minacciare dimissioni che poi non hanno mai posto in essere, c’è allora da chiedersi se la vittoria di una forza politica sin da subito etichettata come populista e da un partito sovranista e per niente moderato, non rappresentino solo un voto di protesta, sfogo o antisistema, ma siano il precipitato di una classe dirigente che finora non ha saputo ascoltare la società civile, ha preferito barricarsi nei Palazzi del potere, rinunciando al confronto diretto nelle piazze ed ha adottato, anzi, decisioni devastanti per i bilanci delle comuni famiglie o delle piccole e medie imprese.

Nonostante una campagna elettorale mediatica non propriamente attenuta ai criteri della par condicio e delle alleanze partiche non sempre trasparenti, gli italiani hanno così deciso di scommettere su due forze politiche profondamente differenti tra di loro, ma destinate a dialogare sui contenuti programmatici da portare avanti, che debbano garantire l’attuazione degli obblighi internazionali e rispettare le scadenze europee, ad iniziare, ad esempio, dalla presentazione in Parlamento del Documento di Economia e Finanze il prossimo 10 aprile.

Consapevoli di non poter predire il futuro e senza disegnare scenari surreali, le tappe che i nuovi deputati e senatori dovranno affrontare sin dal 23 marzo, prima seduta assembleare designata dal decreto di scioglimento delle “vecchie” Camere, sono per lo più stabilite dalla Costituzione, oltre che dalla prassi e dai regolamenti parlamentari.
Sotto la Presidenza di Giorgio Napolitano, senatore più anziano e Roberto Gianchetti, deputato eletto vicepresidente con più voti nella precedente Legislatura, le Assemblee rispettivamente di Palazzo Madama e Montecitorio si riuniranno per la proclamazione degli eletti (giudicati idonei dalle apposite Giunte provvisorie per la verifica dei poteri) e dei Presidenti.

Nonostante la recente riforma delle regole camerali interne del Senato, il Dominus di Palazzo Madama dovrà essere eletto con il ballottaggio tra i due parlamentari più votati, nel caso in cui, in precedenza, nessuno avesse raggiunto la maggioranza assoluta dopo tre votazioni, mentre i deputati sceglieranno il proprio Magistrato d’Aula con la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini, seguita dal raggiungimento della maggioranza assoluta nelle eventuali consultazioni successive.

Espletate le prime obbligazioni regolamentari, costituiti l’Ufficio di Presidenza e i Gruppi parlamentari, intorno alla fine di marzo, il Presidente del Consiglio uscente Gentiloni dovrà quindi rassegnare le proprie dimissioni e al Quirinale inizieranno le consultazioni per stabilire chi potrebbe ottenere il consenso della maggioranza ed essere in grado di creare una compagine esecutiva, idonea a ricevere la fiducia sul proprio programma politico.

A questo punto, occorre precisare che l'ordine delle consultazioni non è disciplinato se non dal mero galateo costituzionale ed è stato soggetto a variazioni nel corso degli anni (in alcuni casi il Presidente della Repubblica ha omesso alcuni dei colloqui di prassi). In sostanza, questa fase può ritenersi realmente circoscritta a quelle consultazioni che potrebbero essere definite necessarie e, cioè, quelle riguardanti i Capi dei Gruppi parlamentari e dei rappresentanti delle coalizioni, con l'aggiunta dei Presidenti dei due rami del Parlamento.
Successivamente, anche se non espressamente previsto dalla Costituzione, il conferimento dell'incarico può essere preceduto da un mandato esplorativo che si rende necessario quando le consultazioni non abbiano dato indicazioni significative. Al di fuori di questa ipotesi, il Presidente conferisce l'incarico direttamente alla personalità che, per indicazione dei Gruppi di maggioranza, può costituire un Governo ed ottenere la fiducia dal Parlamento. Generalmente, l'incarico è conferito in forma orale, al termine di un colloquio tra il Presidente della Repubblica e la personalità prescelta, dandone poi notizia con un comunicato alla stampa, alla radio e alla televisione, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica.

L'incaricato, che di norma accetta con riserva, dopo un breve giro di consultazioni, si reca nuovamente dal capo dello Stato per sciogliere, positivamente o negativamente, la riserva ed il procedimento si conclude quindi con l'emanazione di tre tipi di decreti del Presidente della Repubblica: quello di nomina del Presidente del Consiglio (controfimato dal Presidente del Consiglio nominato, per attestare l'accettazione); il decreto di nomina dei singoli Ministri (controfimato dal Presidente del Consiglio) e quello di accettazione delle dimissioni del Governo uscente (controfirmato anch'esso dal Presidente del Consiglio nominato).

Ad oggi, in attesa di capire se Mattarella deciderà di affidare l’incarico al leader della principale coalizione o del movimento con più voti, non si esclude l’impossibilità di trovare un accordo tra le principali fazioni politiche coinvolte e, quindi, il ricorso a nuove elezioni. Del resto, con una legge elettorale che non ha fornito, come prevedibile, una chiara maggioranza parlamentare e, quindi, governativa, ma che alimenta, già stamani, battibecchi interni alla coalizione di centrodestra, con Berlusconi che teme di essere sopraffatto da Salvini nelle scelte chiavi, un giovane movimento che dopo soli 5 anni in Parlamento rappresenta oggi la prima forza politica del Paese ma è impossibilitato a muoversi in completa autonomia per guidare Palazzo Chigi, un terzo polo, il Pd, con un segretario che per l’ennesima volta annuncia le dimissioni e un Capo dello Stato, non più mero custode della Costituzione, ma costretto a prendere decisioni politiche davvero cruciali per il futuro rappresentativo dell’intera nazione.

Insomma, quello che gli italiani stanno vivendo in queste ore non è un quadro proprio chiaro e facilmente interpretabile, non resta quindi che aspettare le prossime ore per decifrare le mosse dei vari leader e, soprattutto, del Presidente Mattarella.

Paola De LucaQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.