Economia e politica
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Molto si sta dibattendo in questi giorni sulla non applicazione del cosiddetto decreto sicurezza da parte di alcuni sindaci "ribelli", cui hanno fatto seguito moniti propagandistici e comunicati stampa di Presidenti regionali intenzionati a ricorrere alla Corte costituzionale.

A prescindere dal contenuto normativo del "decreto Salvini", che certamente pone problemi di legittimità costituzionale, solo in parte superabili in via interpretativa, non sono comunquegli enti territoriali sub regionali  a poter disapplicare una legge sospettata di violare la Norma Fondamentale del nostro Stato di Diritto.

Più nello specifico, se le Regioni possono ricorrere ai giudici di Palazzo della Consulta, come già deliberato da Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna, i sindaci come Leoluca Orlando, Luigi De Magistris o Dario Nardella, prima di inviare le tanto pubblicizzate circolari all'ufficio anagrafe dei rispettivi Comuni, avrebbero forse dovuto studiare in modo più approfondito il decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, meglio noto come Testo Unico sull'ordinamento degli enti locali e, ancor prima, la Costituzione della Repubblica Italiana.

La questione, a ben vedere, è molto seria, dal momento che ci si riferisce a delle persone e occorre pur sempre ricordare che il diritto non rappresenta affatto uno strumento approssimativo, come simpaticamente cantato da Francesco De Gregori ne "Il bandito e il campione". Ecco che allora, se l'unico organo competente a dichiarare l'eventuale illegittimità del decreto Salvini è la Corte costituzionale, la disapplicazione di tale legge nazionale da parte di un sindaco potrebbe costituire un abuso d'ufficio (art. 323 c.p.) e legittimare la rimozione del medesimo primo cittadino per una grave violazione di legge (art. 142 TUEL).

In tal caso, spetterebbe al sindaco impugnare davanti al Tar il decreto del Ministro dell'Interno, ma neppure in una simile evenienza si potrebbe far valere la legittimità costituzionale della legge (posto che quella norma non sarebbe peraltro direttamente applicabile nel giudizio stesso).

Quest'ultimo, allora, potrebbe ottenere l'annullamento del decreto dimostrando eventualmente che la violazione non sia grave, posto che nel mentre sia stata sollevata questione di legittimità costituzionale a seguito di un ricorso proposto da un soggetto straniero in altro giudizio e, quindi, magari dimostrando la pendenza di quel petitum. Per di più, alla fine di questo trambusto giudiziario e in caso di non rimozione del sindaco, il Governo centrale potrebbe pur sempre disporre l'annullamento d'ufficio dei singoli atti contestati (art. 138 TUEL).

Questa presa di posizione, allora, seppure è finalizzata a produrre il "caso" che permetterà ad un giudice a quo di sollevare una questione di costituzionalità, rappresenta comunque una chiara violazione dei principi costituzionali; quello della separazione dei poteri in primis, in forza del quale il potere esecutivo, di cui i sindaci sono espressione, deve applicare la legge.

Con riguardo poi all'oggetto del ricorso regionale, declamato anche dal nostro Presidente Oliverio, costretto all'obbligo di dimora con l'accusa di abuso d'ufficio, ma già pronto a disporre le proprie pedine sullo scacchiere delle prossime elezioni calabresi, occorre precisare che l'abolizione della protezione umanitaria per i cittadini stranieri che ne facciano richiesta alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, fortemente voluta dal Viminale, non determina una minore tutela dei migranti, bensì la tipizzazione di nuove tipologie di permessi di soggiorno, ovvero nuove forme di protezione residuali che comunque garantiscono i casi prima inclusi nella fattispecie soppressa.

Con riguardo alle modifiche in materia di iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, invece, il decreto sicurezza non ha modificato il decreto legislativo n. 142 del 2015 nella parte in cui impone al richiedente asilo di comunicare alla Questura il proprio domicilio o la propria residenza e tutte le successive mutazioni, il che presuppone che il richiedente asilo possa avere residenza nel territorio dello Stato.

Ciò che cambia, rispetto alla disciplina previgente, attiene esclusivamente alle modalità dell’iscrizione. Precedentemente, infatti, in ragione della particolare condizione dei richiedenti asilo (spesso privi di documenti di identità) erano state previste modalità semplificate (e speciali) di iscrizione anagrafica che oggi sono state abrogate: la conseguenza è la mera riespansione dell’applicazione della normativa generale sull’iscrizione anagrafica degli stranieri (D. Lgs. n. 286/1998).

Ne consegue che, in assenza di altri “titoli”, la residenza per lo straniero viene a coincidere con il centro di accoglienza in cui sia ospitato da almeno tre mesi e che, in assenza di specifica richiesta o dichiarazione resa dall’interessato, l’iscrizione anagrafica resta un dovere posto dalla legge in capo all’ufficiale territoriale (art. 4 L. n. 1228/1954 e art. 15 del DPR n. 223/1989).

In definitiva, pur ribadendo i forti dubbi di costituzionalità del decreto baluardo del carroccio, si invitano i sindaci a studiare i limiti legali della loro carica elettiva e i Presidenti di Regione ad articolare meglio la causa petendi.

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