Territorio
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Non è difficile notare un’immensa discarica abusiva ai margini della Strada Provinciale 219, sita alla periferia di Cosenza e che mette in collegamento la città con il Comune di Pedace e Borgo Partenope. L’ammasso, già evidente a ciglio strada, si addentra in prossimità di una viuzza sterrata, molto probabilmente privata. Qualche mese fa appariva come una grande catasta eterogena: buste di immondizia ripiene, elettrodomestici, copertoni di automobili, arredi ingombranti e altro ancora.

La montagna, tuttavia, più recentemente ha assunto gli aspetti di collina di rifiuti, infatti la sua massa si è ridotta notevolmente. La riduzione drastica e improvvisa, sebbene farebbe pensare ad un tempestivo intervento del Comune o di altro ente preposto, è da attribuire interamente alle fiamme.

A dimostrazione di tale tesi si possono ammirare i colori neri della cenere e del carbone ormai a mo’ di “stroma” contenente la massa ancora incombusta. Dopo la diminuzione del volume, anche l’odore, probabilmente è migliorato, rendendosi più tollerabile e insieme più mortale; il fetore dell’organico in decomposizione è stato, ma ancora non del tutto, sostituito da particolari molecole aromatiche, generalmente conosciute con il termine: “diossine”.

Le diossine sono soltanto una parte delle molecole sprigionate dalla combustione di RSU ( rifiuti solidi urbani). Volendo evitare la catalogazione di tutti i prodotti della combustione basta sapere il loro minimo comune multiplo: la cancerogenicità accertata.

Tali molecole si rendono tossiche in diversi modi: con il contatto diretto, con l’inalazione e con l’ingestione. Tutto ciò avviene indirettamente attraverso la loro possibilità di diffusione nel terreno e nei liquidi. Queste molecole, “non polari”, non si sciolgono bene in acqua ma ne sono trasportate. In questo modo attendono di entrare in contatto con superfici organiche che ne permettono l’adesione; siano esse piante, funghi, specie animali o esseri umani.

Entrando nelle cellule per diffusione, il principale meccanismo con cui agiscono a livello cellulare è l’interazione che instaurano con il recettore AHR (recettore per gli idrocarburi arilici), presente in tutte le cellule del nostro corpo. Questo recettore è anche un fattore di trascrizione del DNA che produce effetti deleteri, pre-neoplastici e neoplastici.

Un po’ per sfortuna, un po’ perché i cittadini sono degli emeriti “ignorantoni” la discarica è sorta tra la strada P219 e un fiume: il Cardone o probabilmente Cratone (grande Crati). Questo fiume che sorge nelle alte montagne della Sila, superando diversi Comuni, raggiunge la pianura cosentina dove si unisce prima con il Craticello e successivamente con il Busento, due affluenti, con cui formerà il Crati; grande fiume simbolo della Città Bruzia.

Quei birbanti di cittadini, forse per stupidità o in modo premeditato, hanno creato, dunque, un’efficiente fabbrica di morte escogitando un modo di produrre il veleno e diffonderlo nel più breve tempo possibile alla popolazione a valle.

Tutto avviene sul posto: tra l’argine del fiume e la strada, come infatti, per alimentare la promettente “fabbrichetta” è semplicissimo: si passa con l’auto e si lancia comodamente dal finestrino la propria spazzatura. Grazie al generoso contributo di decine di cittadini il “trend” di produzione continua a salire, e chissà tra qualche anno potremo annoverarlo tra le grandi eccellenze calabresi.

Purtroppo queste sono solo ottimistiche stime. I dati ufficiali, al momento, non sono disponibili. Il registro tumori della provincia di Cosenza che potrebbe effettivamente confermarci l’efficacia e l’efficienza della fabbrica dei veleni ancora non è fruibile, sebbene, una deliberazione con allegata relazione della giunta Regionale risalente al 2010 abbia istituito “il centro di coordinamento del registro tumori” e la collaborazione con AIRTum (Associazione italiana registri tumori). Una speranza si accende con l’emanazione della recente Legge regionale 12 febbraio 2016, n. 2 (Istituzione del Registro tumori di popolazione della Regione Calabria).

Tutta la cittadinanza freme, sperando finalmente di conoscere, in maniera più precisa, i morti e i malati di tumore in questi ultimi anni e in base ai dati pianificare un nuova strategia d’investimento del “piccolo stabilimento”.

L’esempio di “startup veleno” di strada P219 non è isolato. Ci risulta che molte comunità locali e regionali hanno emulato quest’idea vincente addirittura apportando miglioramenti, specializzandosi in rifiuti specifici, magari pericolosi come per esempio la sepoltura dell’eternit, dei metalli pesanti e di scorie radioattive.
In tempo di crisi è importante per la Calabria trovare nuove fonti di sostentamento economico. La strada intrapresa sembra quella giusta.

domenico guarascio 150x150Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.