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Era l’Aprile del 2007, quando l’Italia veniva condannata dalla Terza Sezione della Corte di Giustizia Europea nella causa C-135/05 per «violazione strutturale e generalizzata della normativa sui rifiuti» e in particolare per violazione delle Direttive 75/442/CEE, 91/689/CEE e 1999/31/CE. Temendo sanzioni, il Governo Italiano si affrettò ad emanare un programma straordinario di opere pubbliche, individuate con Delibera CIPE n. 60/2012 (“Piano Nazionale per il Sud”), mediante il quale venivano finanziati interventi urgenti di bonifica utili al superamento del contenzioso con la Comunità Europea.

Tra queste opere pubbliche, veniva inserito anche il depuratore consortile di Coda di Volpe a Rende, che – come si evince dal Piano d’Ambito 2006/2007 della Provincia di Cosenza – è in grado di trattare i reflui di solo 100.000 “abitanti equivalenti” a fronte di una domanda di 208.300 “abitanti equivalenti”.

Ma, nonostante i buoni propositi del Piano Nazionale per il Sud e le procedure d’urgenza adottate, l’adeguamento degli impianti subiva gravissimi ritardi e così, nel Luglio 2012, una nuova sentenza di condanna nella causa C‑565/10 per mancata attuazione della Direttiva 1991/271/CEE sul trattamento delle acque reflue urbane, citava in maniera chiara ancora una volta l’agglomerato di Cosenza-Rende.

Nell’inerzia delle autorità nazionali e locali, nel Dicembre 2014 la Corte di Giustizia Europea condannava l’Italia al pagamento di una pesantissima multa, che comprendeva un sanzione forfettaria di 40 milioni di euro più una penalità semestrale di 42,8 milioni di euro da pagarsi in maniera decrescente fino alla completa esecuzione della sentenza. In totale, ben 125,6 milioni di Euro per il solo 2015, soldi che avrebbero potuto essere investiti per la crescita dell’economia italiana, e che invece vengono spediti a Bruxelles.

A distanza di quasi 10 anni dalla prima sentenza di condanna, i lavori a Coda di Volpe non sono ancora neppure cominciati. In compenso, però, la prima multa semestrale è stata già pagata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze nell’agosto del 2015, che a breve eserciterà il diritto di rivalsa nei confronti delle regioni inadempienti (tra cui la Regione Calabria) mediante minori trasferimenti statali.

I nostri rappresentanti politici, da sempre alla ricerca di alibi per giustificare i continui tagli di risorse da parte del governo centrale, vorranno spiegare i reali motivi ai cittadini? Purtroppo, le sanzioni avranno un impatto negativo sulle entrate della Regione Calabria, e finiranno inevitabilmente per tradursi in minori servizi e maggiori tasse per i contribuenti calabresi, i quali pertanto pagano due volte – una volta con le bollette a fine mese ed un’altra per le sanzioni europee – un servizio che è inadeguato rispetto agli standard europei.

In questi giorni sembrerebbe che qualcosa si stia muovendo. Infatti, il Consorzio Vallecrati che gestisce il depuratore consortile di Coda di Volpe ha finalmente approvato il “Piano Programma ed il Contratto di Servizio” finalizzato alla «progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva per l’adeguamento tecnologico e funzionale delle opere di collettamento e dell’impianto di depurazione consortile». Si tratta senza dubbio di un passaggio importante perché – in base allo statuto dell’ente – in caso di mancata sottoscrizione del contratto di servizio da parte di un Comune consorziato, il Presidente può procedere alla revoca dell’autorizzazione allo scarico negli impianti di depurazione.

Problemi dunque in fase di risoluzione? Neanche per sogno. Nello statuto si legge infatti che «il Consorzio agisce nel pubblico interesse, escluso ogni intento di lucro» (art. 5), ma i nuovi lavori di adeguamento tecnologico e funzionale delle opere di collettamento e dell’impianto di depurazione prevedono una quota di investimento privato pari a 9,5 milioni di Euro più IVA. In totale, su un investimento complessivo di 35 milioni di Euro, il 70% sarà a carico pubblico, mentre il 30% a carico di un privato.

L’investimento privato consisterebbe in un mutuo bancario erogato al Consorzio da un Istituto di credito al tasso di interesse del 6% ed una rata del mutuo pari a 743.423 Euro all’anno per 25 anni. Per il privato, si tratta di un guadagno netto di almeno il 5 per cento all’anno per 25 anni, non male se si considera che – ad oggi – si trovano mutui con scadenza trentennale all’1.02% (stato: 09/06/2016), quindi più lunghi e a più buon mercato. Per intenderci, un rendimento paragonabile solamente ai titoli greci, sebbene il rischio di insolvenza della Regione Calabria e della Repubblica Italiana sia nettamente inferiore.

Tradotto in altri termini, il superamento della procedura di infrazione comunitaria, verrà riversato interamente sulle spalle dei cittadini, proprio colori i quali – da anni – reclamano (evidentemente al vento) una gestione attenta dei territori e delle finanze pubbliche. Ironia della sorte, chi ha redatto lo studio di fattibilità economico-finanziario del progetto afferma che «il risultato del 6% per il TIR [Tasso Interno di Rendimento, ndr] dimostra come sia più conveniente dei BTP [Buoni del Tesoro Poliennali, ndr] attuali, dimostrando con entrambi gli indicatori calcolati, come il “progetto” proposto abbia la capacità di sostenere i costi attraverso la conduzione e l’esercizio delle infrastrutture.» Un autogol clamoroso, che dimostra in maniera inequivocabile come gli studi di fattibilità vengano fatti pensando al ritorno economico degli investitori privati, piuttosto che avendo a cuore le tasche dei contribuenti e la tenuta della finanza pubblica locale.

Buona parte degli investimenti programmati nello studio di fattibilità serviranno a costruire nuove reti fognarie nei 34 Comuni consorziati, ma anche ad effettuare altre spese, tra cui l’adeguamento di locali alla normativa in materia di sicurezza sul posto di lavoro, la revisione dei quadri elettrici e l’adeguamento dell’impianto antincendio, la realizzazione di un parco fotovoltaico, espropri, maggiori spese per il personale e – soprattutto – la costruzione di nuovi pozzi di sollevamento, i quali porteranno ad aumentare l’uso di reagenti chimici e di consumi elettrici, i cui costi sono oggi «valutabili in circa € 400.000,00 per il depuratore consortile e in circa € 100.000,00 euro per i sollevamenti

Insomma, lavori certamente utili ma che poco o nulla hanno a che fare con l’essenza del problema per cui la Regione Calabria è stata sanzionata

A seguito di tale adeguamento tecnologico, le reti fognarie passeranno da circa 720 km a circa 874 km e i sollevamenti fognari da 34 a 51. In totale, l’aggravio di costi di gestione annui è stimato in 6.142.446 di Euro, da ripartire tra tutti i Comuni consorziati. Quindi, è legittimo attendersi che i singoli Comuni metteranno pesantemente mano ai tributi locali per far fronte all’aumento dei costi di gestione della depurazione.

Interessante inoltre rilevare come tale aumento dei costi di gestione appare essere non conforme a quanto disposto dalla Delibera CIPE n. 60/2012, la quale vieta espressamente che il costo degli interventi venga computato sulla tariffa finale del servizio idrico integrato e impone al Ministero dell’Ambiente di vigilare «sull’osservanza del divieto di traslazione e sul sostanziale equilibrio delle tariffe per l’utente finale» (art. 6).

Ad avere la peggio, come ultimamente accade sempre più di frequente, sarà il Comune di Rende, nel cui territorio ricade il depuratore. Infatti, i costi di gestione vengono ripartiti in base a criteri demografici e non, come logica vorrebbe, in base alla percentuale di utilizzo del depuratore e delle opere collaterali, che dipendono in larga parte dalla distanza dal depuratore. Quindi, nella ripartizione dei costi di gestione, un Comune vicino al depuratore rischia di pagare anche per l’utilizzo fatto da altri Comuni.

La vicenda impone alcune riflessioni: siamo sicuri che questi interventi risolveranno per sempre l’inquinamento del Fiume Crati, il vero malato in attesa di cure?

E, soprattutto, riusciremo a metterci al riparo da future nuove sanzioni dall’Europa?

Purtroppo la risposta è incerta. Infatti, in base all’art. 4 della già citata Direttiva 1991/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane (per il quale la Regione Calabria è stata già multata) «gli Stati membri provvedono affinché le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente.» Questo vuol dire che, per poter depurare le acque reflue urbane in maniera efficiente, sarebbe auspicabile che ogni Comune si dotasse di una rete secondaria di depurazione sul proprio territorio, piuttosto che conferire i propri reflui in un unico grande depuratore consortile.

Purtroppo, nonostante esistano esempi virtuosi di impianti di depurazione biologica ovunque nel mondo, dalle nostre parti non si è stati finora in grado di superare il costoso e anacronistico modello di depurazione chimico-meccanica che non consente più di conseguire risultati a norma di legge con costi di gestione accettabili.

Fino a quando questo sistema sarà sostenibile per le tasche dei contribuenti calabresi? Da quando potremo dirci al riparo dalle procedure di infrazione che l’Europa continua a infliggerci?

matteo olivieri avatar 150x150Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.