Territorio
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“Chista Sila tutta nostra, chi n’addura di jinostra…”: così, almeno, lo stornello. Ero bambino tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70. Il boom economico evolveva in contestazione e l’idea di una serena convivenza con la Natura strideva con l’insorgere dei conflitti sociali.

Allora sì, il profumo della ginestra (quella cosiddetta “dei carbonai”, soprattutto), più tardiva che altrove nel rigoglio della sua fioritura, accompagnava le escursioni di tarda primavera e prima estate, infondendo una dilagante sensazione di pace con sé stessi, con gli altri e col creato.

La Sila era incontaminata: dagli eccessi edilizî e strutturali (l’Opera Sila aveva creato villaggi onirici e bacini idrici a dimensione d’uomo, di quelli che collimano con i mondi incantati delle fiabe, raggiungibili da buone carreggiate asfaltate: chiamasi, purtroppo, anche questo, “fascismo”, ma tant’è…), dal turismo rapace (i villaggi residenziali e le prime strutture alberghiere dell’entroterra montano erano baracche di legno; il termine “agriturismo” forse non esisteva, ma locande che ti servivano prodotti tipici e genuini sì), dall’immondizia d’ogni tipo (pochi pozzi neri a prova di impatto ambientale, assenza di discariche, e gli avanzi innaturali del pic-nic, se proprio non eri un cafone, te li portavi dietro).

Mio padre era nato a mare, ma amava la montagna; anzi “quella” montagna. E fra i miei ricordi più vecchi di bambino, oltre al sistematico bagno al lago, con gli zii, c’è una passeggiata, la mia mano nella sua, per il “corso”, modesto e silenzioso, di una Camigliatello (allora ancora “Bianchi”, denominazione giustamente rimossa) profumata di larici (larix decidua) e pini calabresi (pinus brutia), per nulla simile all’odierna, estrema periferia di Cosenza. Avrò avuto 5 o 6 anni e cominciavo a innamorarmi di un’atmosfera che in forme diverse e a fasi alterne m’avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Percepivo già, infatti, la dimensione dell’appartenenza: non di qualcosa (terreno, casa, attività commerciale o turistica) a me, a noi (le condizioni economiche non ce lo permettevano), bensì mia, nostra, a questo mondo, così lontano (in termini chilometrici) dall’abitazione in città, eppure così vicino al più profondo di me stesso, di noi stessi (la mia famiglia, i cosentini, i calabresi…). E l’incipit dello stornello, che si diffondeva (grazie ad “altamente tecnologici” mangiadischi) dalle poche e semivuote botteghe di prodotti artigianali effettivamente locali, volteggiando nell’aria, alimentava e confermava quella percezione: “Chista Sila tutta nostra, chi n’addura di jinostra…”.

La Sila – nella stupenda diversità delle sue gradazioni e sfumature (nei luoghi caratteristici della presila, della Sila greca, di quella piccola e grande, agricola e boschiva, dei pascoli e dei sentieri, dei laghi e dei villaggi, delle sorgenti, delle radure, dei funghi e della neve) – è un immenso patrimonio, quasi unico, ambientale, culturale, turistico. Una ricchezza invidiabile. Un tesoro inesauribile. La Sila: tutta nostra…
L’attraversamento della Calabria nel suo punto più largo, dal Tirreno allo Jonio, da Paola a Crotone, come la ferrovia transoceanica statunitense, rappresenta probabilmente un grande traguardo nelle vie di comunicazione: si pensi alla celerità con cui si raggiunge il Marchesato partendo da Cosenza o, più semplicemente, all’uscita dall’isolamento degli inverni lunghi e rigidi di molte località montane.

Oramai c’è: percorso dai turisti, certo, ma anche da pendolari e autotrasportatori. Alture e vallate incontaminate, flora e fauna pure e silenziose, si sono adeguate, “ambientate”, loro a noi, alle nostre esigenze. La superstrada c’è e forse ce n’era bisogno, ma ha rappresentato l’inizio di una frequentazione diversa, più “turistica”, nel senso peggiore del termine; la piccola ferrovia, con la stazione più alta d’Italia, non più.

A cosa serve parlare di sviluppo alberghiero e di accoglienza, se è a spese della incontaminatezza dei luoghi? Il cemento si diffonde e le discariche abusive pure. All’avvento (atteso) delle differenziate, i Comuni “proprietari” di vasti territori della Sila hanno risposto con rabberciate e disattese dimostrazioni di intento. In barba al rispetto di flora e fauna (miracolosamente resistenti, ma non per molto), l’Anas si serve del diserbante per la pulizia del bordostrada, mentre le zone più interne e caratteristiche sono frastornate dai settimanali, roboanti raduni motociclistici. Sul lago Arvo il battello autorizzato va a batteria elettrica; ma nei giorni di ferragosto, passano indisturbate e impunite imbarcazioni a motore: esattamente là dove bevono le mandrie. Vaccari e pastori ricorrono agli espedienti più assurdi pur di non intralciare la “vacanza” dei turisti mordi-e-fuggi, che mordono panini e cibi preconfezionati altrove in “pub silani”, partecipando alle kermesse finanziate da Province e Regione, mentre i pochi, genuini “caporali” del formaggio e le pochissime fattorie biologiche sono tartassati di dazi e controlli d’ogni tipo. Regione, province, comuni, ente-parco, forestali, Anas, ex-Arssa, cooperative di pulizia volute, finanziate e poi abbandonate dalla Regione-Calabria… lo scaricabarile delle (in-)competenze e delle (ir-)responsabilità è infinito. La Sila: a chi appartiene?...

Tengo mio figlio per mano (il lungolago può diventare pericoloso…) e sogno un ritorno ancora possibile, grazie a una re(i)stituzione della Sila, a effettivo, autonomo Parco Nazionale: della gente del posto, di tutti.